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DIARIO DI SCATTO
Nel cuore gelido
del Tanarello
Ci sono luoghi che non si limitano a farsi guardare. Ti chiamano, ti mettono alla prova, ti chiedono qualcosa in cambio. Il Tanarello, in primavera, è uno di questi.
L’acqua scende viva, gonfia di disgelo, scolpisce le rocce e riempie l’aria di un suono costante, quasi ipnotico. È un paesaggio che sembra immobile e in movimento allo stesso tempo, dove ogni dettaglio cambia forma a ogni istante. Eppure, sotto quella bellezza, si nasconde una presenza più dura: il freddo. Un freddo vero, che non lascia spazio all’abitudine.
È proprio lì che nasce l’idea. Non limitarsi a osservare, ma entrare nella scena. Cercare qualcosa di diverso, qualcosa che non sia solo fotografia, ma esperienza.
Per affrontare una situazione del genere, la stabilità diventa tutto. Ho scelto un treppiede robusto di K&F Concept, fondamentale per resistere alla corrente e mantenere la fotocamera salda anche con parte delle gambe immerse nell’acqua. Il corpo macchina è la mia fidata Canon 5DS R, una macchina che conosco profondamente e che mi garantisce una qualità d’immagine straordinaria, soprattutto quando si tratta di catturare dettagli fini e texture complesse come quelle dell’acqua in lunga esposizione. Ma la vera protagonista, in questo contesto, è stata l’ottica: Irix 11mm f/4. Un obiettivo estremo, con una delle lenti frontali più grandi sul mercato, capace di restituire una prospettiva immersiva e quasi tridimensionale. È proprio grazie a questa lente che ho potuto includere così tanto della scena, avvicinandomi all’acqua fino a diventarne parte.
Uno degli aspetti più interessanti di questo obiettivo è il sistema di filtraggio posteriore: nonostante la lente frontale imponente renda difficile l’uso di filtri tradizionali, l’Irix permette l’inserimento di filtri a gelatina sul retro. Questo dettaglio si è rivelato fondamentale, perché mi ha consentito di utilizzare filtri ND anche in condizioni in cui, normalmente, sarebbe complicato farlo, permettendomi di ottenere tempi lunghi e quell’effetto setoso dell’acqua che cercavo.
Trovare la giusta inquadratura non è stato immediato. La riva non bastava. L’immagine restava distante, quasi timida. Così ho fatto un passo oltre, letteralmente. Sono entrato nel torrente. L’acqua era gelida, tagliente. Dopo pochi secondi, la sensazione non era più solo freddo, ma una presenza costante, quasi invasiva. Ma era l’unico modo per ottenere quell’angolazione che cercavo: bassa, immersiva, capace di trasformare il flusso dell’acqua in qualcosa di tridimensionale, avvolgente. Con il treppiede piazzato direttamente nel torrente, ho iniziato a lavorare sulla composizione. Ogni piccolo spostamento cambiava completamente la scena: la direzione delle linee, la profondità, il modo in cui l’acqua abbracciava le rocce. Era un equilibrio continuo tra tecnica e istinto.
In un ambiente così, però, basta poco per perdere il controllo. Un passo sbagliato, una roccia più liscia delle altre. Nel tentativo di sistemare l’inquadratura, il piede ha ceduto. Ho perso l’equilibrio e sono finito in acqua, trascinando con me parte dell’attrezzatura. Per un attimo, il tempo si è fermato davvero. La prima reazione non è stata il freddo, né l’impatto, ma la paura: quella di aver compromesso tutto. Fortunatamente, dopo un controllo rapido, i danni sono stati minimi, nulla di irreparabile. Ma quell’episodio ha lasciato il segno, ricordandomi quanto sottile sia il confine tra controllo e caos quando si decide di spingersi oltre.
Scattare in condizioni come queste non è solo una questione tecnica, è una scelta. Significa accettare il freddo, il rischio, l’incertezza. Significa uscire dalla propria zona di comfort per cercare qualcosa che non si può ottenere restando al sicuro. E non sempre è necessario arrivare a tanto, ma a volte sì. Perché è proprio lì, nel disagio, nell’imprevisto, nella fatica, che nascono le immagini più autentiche. Quelle che non raccontano solo un luogo, ma anche il percorso fatto per raggiungerle.
Se c’è una cosa che porto a casa da questa esperienza, è questa: non limitarti a guardare una scena. Entraci dentro. Con rispetto, con attenzione, ma anche con il coraggio di sporcarti, bagnarti, rischiare un po’. Perché a volte, le fotografie migliori si trovano proprio dove non vorresti mettere piede.