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DIARIO DI SCATTO
Il paese che mi ha aspettato
fino a notte
A volte serve aspettare il buio per capire davvero un luogo
Ci sono luoghi che non si cercano, ma che ti trovano.
Saorge è stato così: un colpo di fulmine nato per caso, mentre attraversavo la Val Roja per lavoro. Una curva dopo l’altra, la strada si stringeva tra le montagne e poi, all’improvviso, eccolo lì: un paese sospeso, arrampicato sulla roccia come se fosse cresciuto insieme alla montagna. Un intreccio di case, luci e silenzi che mi ha catturato senza chiedere permesso.
Da quel giorno è passato più di un anno. Un anno di pensieri, di foto immaginate, di appunti mentali su come sarebbe stato tornare lì con calma, con la macchina fotografica e il buio come compagno di viaggio. Saorge è rimasto lì, ad aspettarmi, come certi luoghi sanno fare. E io, finalmente, ho deciso che era il momento giusto per incontrarlo davvero, di notte. L’uscita fotografica è iniziata molto prima dello scatto.
Quasi due ore di viaggio, lasciando alle spalle le luci familiari per addentrarmi in una valle sempre più scura e silenziosa. Guidare di notte ha qualcosa di ipnotico: i fari che tagliano l’oscurità, la strada che sembra non finire mai, il tempo che rallenta. Sono arrivato a Saorge con un po’ di anticipo, scelta voluta. Prima di fotografare, ho bisogno di osservare. Camminare, ascoltare, capire dove posizionarmi. Ho fatto una breve ricognizione degli spot, studiando le angolazioni, le luci accese, le zone d’ombra. Di giorno il paese è affascinante, ma è al calare del sole che inizia a raccontare un’altra storia.
La fotografia notturna non perdona l’improvvisazione. Il treppiede diventa un’estensione del corpo: senza stabilità non c’è immagine, non c’è racconto. Ogni scatto è pensato, misurato, atteso.
Per questa uscita ho utilizzato una Canon 5DSR abbinata a un Canon 24-70 f/2.8, una combinazione che mi ha garantito qualità, dettaglio e flessibilità. Ma più dell’attrezzatura conta il modo in cui la si usa. La notte richiede pazienza e precisione.
Ho lavorato in multiesposizione notturna, una tecnica fondamentale quando si fotografano paesi illuminati. Un singolo scatto spesso non basta: le luci artificiali sono troppo forti, le ombre troppo profonde. Unendo più esposizioni è possibile restituire equilibrio all’immagine, mantenendo dettaglio sia nelle zone luminose che in quelle buie, senza tradire l’atmosfera reale del luogo. Ogni fotografia diventa così una piccola costruzione, fatta di tempo, silenzio e attenzione. Quando l’ultima foto è stata scattata e il treppiede chiuso, Saorge era ancora lì. Immobile, silenziosa, illuminata da luci calde che sembravano respirare insieme alla montagna. In quei momenti capisci che la fotografia non è solo catturare immagini, ma creare un dialogo con i luoghi. Sono ripartito con la sensazione di aver finalmente restituito qualcosa a quel colpo di fulmine nato per caso. La notte aveva fatto il suo lavoro, io il mio. E Saorge, ancora una volta, mi ha insegnato che certe attese valgono sempre la pena